STORIA

Il nostro locale, dalla storia centenaria, nel Cinquecento era adibito a magazzino per ospitare i tori che partecipavano alle celebri gare che si tenevano in Campo S.Polo. Nel ballatoio soprastante con magnifica vista sul Campo e al piano terra, si montavano le tribune dove sedevano i nobili e le autorità.

Prima dell’avvento dei cosiddetti sport moderni Venezia conosceva già tra le sue calli e i suoi campi, sui ponti e, ovviamente, nei canali, un gran numero di giochi popolari, spesso organizzati in occasione di feste religiose, in particolare a Pasqua e a Natale.  La Serenissima Repubblica di Venezia, per essere sempre pronta a difendersi dagli attacchi di popoli stranieri, organizzava spesso gare di tiro al bersaglio, cui tutti i cittadini dovevano partecipare, e dalle quali nacquero le figure dei balestrieri e dei bombardieri, che prima di essere dei perfetti tiratori, dovevano imparare l’arte del remo. Infatti, il campo di tiro più importante era situato, come tuttora, a San Nicolò di Lido. Quindi i giovani veneziani messi alla prova dall’uso del remo “inventarono” la regata, che così non nacque come spettacolo dedicato al popolo o per onorare la visita d’alti dignitari stranieri, bensì come esercizio fisico strettamente correlato alla difesa della propria città-patria.

Luoghi atti all’esercizio delle milizie veneziane erano dislocati un po’ in tutta la città; se ne hanno conoscenza alla Giudecca, a San Vitale, in Barbaria delle Tole, a San Geremia, a Santa Fosca, a San Polo, a Santa Margherita, e a San Francesco della Vigna.
Giochi, gare o semplici dimostrazioni di vigoria fisica si potevano osservare durante le pubbliche manifestazioni e cerimonie. Durante il Carnevale, per esempio, s’indicevano feste equestri e giochi cavallereschi, come la quintana o la giostra delle tre teste.

I giochi popolari del pallone, del calcio, della racchetta e della forfetta (pelota) trovavano libero sfogo a sant’Alvise, San Giacomo dell’Orio, nel Campo dei Gesuiti, in Campo dei Niccoli nel Sestriere di Castello, nelle Chiovere di Canareggio, in Campo Rialto Novo, nelle corti grandi della Giudecca, nelle Fondamenta Nove, in Calle dei Botteri a San Cassiano, dove intorno al 1700 era situata anche la scuola di spada di Giacomo Borgoloco, a San Felice e a Santa Caterina, dove la Calle della Racchetta ereditò questo nome dall’antico campo di tennis.

La moresca, una danza marziale figurata, attraeva gran numero di pubblico per la gran difficoltà d’esecuzione e per lo scontro, sempre aperto e rude, tra i Nicolotti e i Castellani. L’eterna lotta tra queste due fazioni si esaltava nel gioco detto: “La guerra dei pugni”. A Venezia “tutti i ponti della città diventavano palestre” e in particolar modo quello di San Barnaba, tuttora conosciuto come “il ponte dei pugni”. La gara si sviluppava nella sommità del ponte, dove gli uomini si affrontavano a viso aperto combattendo a mani nude, dapprima l’uno contro l’altro, poi il numero dei partecipanti cresceva fino a riempire per intero il suolo del ponte-palestra. Lo scopo del gioco era di far cadere nel canale sottostante il maggior numero d’avversari possibile, ma chi cadeva non era “eliminato” e poteva così riprendere sempre la sua posizione. Si capisce, così, come mai queste “guerre” durassero per ore. Era l’albore del pugilato e Venezia e i veneziani precorrevano già i tempi. Nel XVIII secolo divertimenti popolari come la caccia dei tori, o quella degli orsi era conosciuta ai veneziani, che vi partecipavano attirati dalla particolarità e per quel gusto d’esotico che potevano rappresentare le tradizioni figlie d’altri popoli come, per esempio, quello inglese.

Tutte queste tauromachie, i tornei, le regate, disposti frequentemente dal governo, dai nobili e dalle compagnie della calza, associazioni di gentiluomini e circoli di divertimento, mentre allietavano nobili e popolo, tenevano vivo e alimentavano in tutti lo spirito guerresco.

Con la fine della Repubblica Serenissima terminò il periodo dei giochi e delle competizioni e nei primi dell’Ottocento, durante la dominazione austriaca, trovò sede nell’edificio oggi occupato dal locale la prima fabbrica di birra in Italia. I F.lli Mauria ripresero l’attività di mastri birrai aprendo anche una mescita al pubblico fino alla fine degli anni trenta.

Infine, dopo che per sessant’anni è stato la sede di un cantiere nautico, abbiamo deciso di risanare e restaurare il locale, usando materiali moderni ma nel rispetto della struttura originale, con l’intento di restituire a questo spazio la sua più nobile funzione creando un ristorante all’avanguardia ma con un’atmosfera accogliente.